MORRIS CONSULTING

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DA GLOBALIZZAZIONE MALDESTRA A DEGLOBALIZZAZIONE INFELICE

Valter Casini

Siamo entrati negli anni della deglobalizzazione infelice dopo aver attraversato una globalizzazione maldestra.

Maldestra, perché ha scambiato l’integrazione per un dogma: catene del valore lunghissime, “just in time” come religione, dipendenze strategiche mascherate da efficienza. Abbiamo creduto che il mercato potesse sostituire la geopolitica, che la logistica potesse addomesticare la storia, che la convenienza fosse una forma di pace.

Poi la realtà ha bussato con i suoi strumenti: shock, guerre, pandemie, dazi, sanzioni, colli di bottiglia, energia. E la risposta è stata un ripiegamento rapido e spesso emotivo: non una nuova architettura, ma una ritirata. Ecco perché infelice: perché non nasce da una visione, ma da una paura; non ridisegna il mondo, lo spezza.

La deglobalizzazione infelice non è l’autarchia romantica. È una globalizzazione che si irrigidisce: più costosa, più frammentata, più sospettosa. Le imprese pagano l’assicurazione contro l’incertezza: duplicano fornitori, accorciano filiere, riallocano capacità produttiva. Gli Stati riscoprono parole antiche — sovranità, sicurezza, protezione — ma spesso senza una strategia industriale all’altezza.

E intanto cambia la moneta invisibile del commercio: la fiducia. Prima si comprava il prezzo migliore. Oggi si compra anche la prevedibilità, l’allineamento politico, la resilienza. Il vantaggio comparato non scompare, ma viene “tassato” dal rischio.

Il punto non è rimpiangere la globalizzazione. È riconoscere l’errore: abbiamo costruito un mondo efficiente e fragile. Ora stiamo costruendo un mondo più robusto e meno efficiente — ma senza la serenità di aver scelto davvero.

La domanda, allora, è semplice e scomoda:

vogliamo una deglobalizzazione governata — selettiva, intelligente, cooperativa — o continueremo a subirne una infelice, fatta di strappi e reazioni?

Perché la storia non ha abolito l’economia. Ha solo ricordato all’economia che non è sola.