C’è un modo di stare al mondo che riconosci subito: sempre come chi si vuole sorpassare.
Non importa dove sei, con chi sei, cosa stai facendo. Dentro, c’è un sorpasso in corso.
È una postura dell’anima prima ancora che un comportamento: non vivi con le cose, vivi contro il tempo.
E così ogni incontro diventa una corsa, ogni conversazione una gara silenziosa, ogni traguardo un punto di partenza che si nega.
“Come chi si vuole sorpassare” significa questo: guardare avanti non per desiderio, ma per inquietudine.
Non perché ami la strada, ma perché temi l’arresto.
Non perché hai una direzione, ma perché ti terrorizza l’idea di restare uguale.
E allora acceleri.
Non sempre con il corpo: spesso con la mente.
Anticipi, ottimizzi, correggi, scavalchi.
Persino la felicità la vivi di corsa, come se qualcuno potesse portartela via.
Ma la domanda è semplice e spietata: chi stai cercando di sorpassare, davvero? Un altro? O la tua stessa paura di essere “abbastanza”?
Perché c’è un paradosso: chi vive sempre “come chi si vuole sorpassare” non arriva mai. Si sposta. Migliora. Produce. Dimostra.
Ma raramente abita.
E forse la saggezza, a un certo punto, è un gesto controintuitivo: mettere la freccia, sì… ma per rientrare. Rientrare in sé. Nel proprio ritmo.
In quella lentezza dignitosa che non è rinuncia, ma scelta.
Perché c’è una libertà che nessuno insegna: non dover superare niente, per valere.
E la pace è proprio lì: smettere di essere “come chi si vuole sorpassare” e diventare, finalmente, come chi si vuole incontrare.