Derek Thompson la cita in una newsletter davvero interessante su Substack. I dati di Meta parlano chiaro: solo il 7% del tempo trascorso su Instagram è dedicato ai contenuti di amici. Il resto è composto da video di sconosciuti, selezionati dall’algoritmo. In sostanza, Instagram non è più un social network, ma uno streaming personalizzato, e come tale, televisione. Lo stesso vale per TikTok, YouTube e Facebook. Sono tutti la stessa cosa: uno schermo che scorre, ore di video di persone che non conosciamo, flussi che non si esauriscono mai. I social dovrebbero connetterci, ma finiscono per riempire il silenzio. E questa metamorfosi sta avvenendo ovunque, anche nel settore dell’intelligenza artificiale. Pensiamo a Sora o Vibes, ad esempio: feed infiniti di video generati da AI, contenuti creati esclusivamente per riempire spazio e tempo. Non è più la creatività umana a guidare la produzione, è la macchina a intrattenerci. Come spiega Thompson, c’è un termine matematico che descrive questo fenomeno: “attrattore”. In matematica, l’attrattore è il punto verso cui un sistema tende, come una biglia che gira nella ciotola finché non raggiunge il centro. Ecco, la televisione è l’attrattore di tutti i media. Raymond Williams definisce questo risultato “flow”: un flusso senza inizio né fine. Il problema, però, è che questo flusso non costruisce, consuma. Ne parlavo proprio al Marketers World. “Feed”, in inglese, significa nutrimento (“to feed”, nutrire). Ma è forse noi a nutrirci del feed, o è il feed a nutrirsi di noi? Robert Putnam lo ha già sottolineato negli anni ’90. Tra il 1965 e il 1995, gli americani hanno guadagnato sei ore di tempo libero a settimana. E cosa hanno fatto? Le hanno dedicate alla televisione. Avrebbero potuto usarle per imparare, creare, amare, condividere, ma hanno scelto di guardare. Oggi la storia si ripete. Abbiamo più connessioni che mai, eppure ci sentiamo più soli che mai. Abbiamo più possibilità di comunicare, ma meno capacità di ascoltare. Abbiamo più strumenti per creare, ma meno voglia di pensare. E questa nuova forma di televisione non fa che amplificare tutto.
La sua logica è semplice: non spiegare, emoziona.
Non argomentare, stupisci.
Non pensare, reagisci.
Quando tutto diventa televisione, tutto diventa spettacolo.
La politica diventa teatro.
La scienza diventa storytelling.
L’informazione diventa performance.
E più ci adattiamo, più perdiamo qualcosa che non ha nome.
Non è solo intelligenza.
È interiorità.
La capacità di sentire dentro, non fuori.
Di restare fermi. Di annoiarci.
Di avere un pensiero che non serve a niente.
Quando tutto diventa televisione, la vera rivoluzione è lo spazio vuoto.
Il silenzio.
La lentezza.
Non vincerà chi produce più video.
Vincerà chi riesce ancora a creare spazi di quiete dentro il rumore.
Non chi sa tenere lo sguardo incollato, ma chi sa farlo tornare dentro.
Il mondo non sta diventando stupido.
Sta diventando televisivo.
E in un mondo televisivo, chi riesce ancora a pensare, diventa invisibile per l’algoritmo…
ma indispensabile per la realtà.